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in alcuni casi è responsabile il gestore del sito

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richiesta rimozione marchioSe un soggetto risulta l’utilizzatore online di un marchio altrui, può NON essere ritenuto responsabile se ha comunicato all’ente gestore del proprio sito di rimuoverlo nel rispetto dei tempi stabiliti. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia UE in una recente sentenza.

In questo caso, la responsabilità per indebito utilizzo del marchio altrui ricadrà sull’ente che cura il sito online. La diatriba oggetto della controversia vedeva come protagonisti da un lato un’officina rivenditrice di automobili e come ricorrente una ben nota casa produttrice.

La società venditrice di auto, a seguito della risoluzione del contratto per l’utilizzo del marchio della famosa casa costruttrice, si era attivata per la cancellazione del noto brand da tutti i suoi siti internet ma senza alcun esito positivo. Anche attraverso l’utilizzo del motore di ricerca Google comparivano risultati che facevano riferimento al rivenditore come officina autorizzata.

Naturalmente l’esibizione non veritiera del marchio può indurre in errore il consumatore che crede di potersi affidare ad una officina autorizzata che nei fatti tale non risulta essere. Pertanto, per tutelare la sua immagine la nota casa produttrice decide di fare ricorso.

La questione giunge dinanzi ai giudici della Corte di Giustizia UE che sciolgono la disputa sostenendo che l’officina autorizzata si era in effetti prodigata, anche per iscritto, per l’eliminazione dai siti internet di ogni riferimento al marchio in questione ma senza alcun risultato e che tale iniziativa la liberava da ogni responsabilità che invece ricadeva sul gestore del sito che non aveva provveduto alla rimozione.

Pertanto, nel caso in questione, il gestore rifiutando di dar seguito alla espressa richiesta dell’inserzionista di eliminare l’annuncio con ogni riferimento al marchio, vede di conseguenza ricadere su di lui ogni responsabilità liberando l’inserzionista dal reato di indebito utilizzo.

Ing. Marzulli – Avv. Zambetti

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questa vicenda apre la strada a casi simili

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Diciamo subito che la vicenda Apple dice che è possibile registrare come marchio il disegno dell’allestimento di un negozio, seppur a condizioni molto rigide e con valutazioni specifiche da effettuare caso per caso.

Si tratterebbe di un marchio tridimensionale (ne abbiamo parlato qui) per cui vale la regola generale che la sua forma deve possedere da sola carattere di distintività, ossia un consumatore deve essere in grado di associare un prodotto alla relativa azienda produttrice, dalla sola vista della sua forma senza il contributo del marchio o di ogni altra indicazione.

Il caso che citiamo si riferisce ad una richiesta in tal senso della Apple: il famoso colosso informatico statunitense tempo fa aveva presentato il disegno multicolore del suo negozio-bandiera presso l’Ufficio tedesco dei brevetti e marchi per effettuare una regolare procedura di estensione di deposito per marchio tridimensionale.

L’Ufficio tedesco prontamente rigettava la domanda spiegando che la rappresentazione degli spazi destinati alla vendita è in realtà la riproduzione di un aspetto dell’attività e che ciò non rappresenta per il consumatore un’indicazione sull’origine dei prodotti o servizi.

La Apple decideva pertanto di ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Ue che, contrariamente a quanto motivato dall’Ufficio tedesco dei marchi e brevetti, affermava che la rappresentazione grafica dell’allestimento di uno spazio di vendita privo di indicazioni su dimensioni e proporzioni, può essere registrata come marchio per i servizi ma a determinate condizioni:

  1. deve essere fortemente caratterizzante;

  2. deve essere idonea a distinguere i prodotti e i servizi di un’impresa da quelli di altre, in modo da poter essere immediatamente riconoscibile agli occhi di un consumatore medio.

In virtù di questa sentenza anche un Apple store, più precisamente un “flagship store”, è oggi un marchio registrato e può essere utilizzato come segno distintivo.

La Corte sostiene che «non si può peraltro escludere che l’allestimento di uno spazio di vendita raffigurato da un segno siffatto consenta di identificare i prodotti o i servizi interessati come provenienti da una determinata impresa. Ciò può accadere nel caso in cui l’allestimento raffigurato si discosti in maniera significativa dalla norma o dagli usi del settore economico interessato».

Ing. Marzulli – Avv. Zambetti

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si possono registrare anche solo dei colori

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marchio di colore Una certa combinazione di colori è in grado di rendere un prodotto immediatamente riconoscibile e distinguibile dagli altri; il colore dona infatti un impatto visivo che cattura l’attenzione e può condizionare un acquisto. Un utente percepisce all’istante il colore di un prodotto e lo associa subito alla relativa marca prima ancora di averne letto il nome.

Il colore può dunque conferire un’efficacissima distintività e caratterizzazione ad un prodotto; è questo il principale motivo per cui è possibile registrare come marchio uno o più colori abbinati tra loro. È cioè possibile registrare come marchio la sola combinazione di più colori, senza alcuna dicitura abbinata.

Una combinazione di colori registrata come marchio, potrà essere utilizzata su un prodotto, un macchinario, per identificare un servizio e così via. Un esempio quotidiano lo ritroviamo quando per strada cerchiamo un distributore di carburante; le strutture dei vari impianti di erogazione, sono contraddistinte da un ben preciso abbinamento di colori. Capita un po’ a tutti di associare immediatamente il colore alla casa madre anche senza leggerne il nome.

Si può registrare come marchio anche solo un colore; in questo caso si esclude però che possa essere impiegato un “colore puro”, privo cioè di variazioni cromatiche. Il motivo è rappresentato dal fatto che l’esclusiva di utilizzo di quel determinato “colore puro” non può essere data a nessuno, cioè non può essere limitata ad un solo soggetto.

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